Le persone sovrappeso hanno il 46% di possibilità in più di contrarre il Covid,il 48% di restarne vittime

Roma, 25 Settembre 2020– Ciò che mangiamo incide enormemente sulla nostra salute. Ed esiste una relazione stretta tra alimentazione e Covid. È stato questo il tema affrontato nel corso della tavola rotonda “Alimentazione e Nutrizione ai tempi del Covid19”, che si è tenuta oggi nell’ambito di Welfair 2020, l’evento digitale organizzato da Fiera Roma dedicato alla salute a 360 gradi.

“Per tutti i malati di Covid finiti in terapia intensiva – ha spiegato Giovanni Spera, Presidente Eletto della Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA) – il grasso viscerale ha costituito un fattore più determinante dell’età e delle precedenti patologie respiratorie. Una ottimale salute del microbiota intestinale – il cui equilibrio consente un corretto stato dell’organismo e del sistema immunitario – è una tutela, mentre una situazione di sovrappeso, che determina uno stato di infiammazione cronica, espone a maggiori rischi: è più facile lo scatenarsi di una tempesta citochinica in chi è già portatore di una flogosi sistemica, come chi ha grasso addominale in eccesso”.

A esplicitare a livello numerico quale sia l’impatto del tessuto adiposo viscerale rispetto alla prognosi del Covid, è stato Lucio Gnessi, Professore Ordinario di Scienze Tecniche Mediche Applicate del Dipartimento di Medicina Sperimentale Sezione di Fisiopatologia Medica, Scienza dell’Alimentazione ed Endocrinologia dell’Università di Roma Sapienza, che ha illustrato una meta-analisi tra tutte le principali pubblicazioni sul tema.

In caso di obesità e sovrappeso:

la possibilità di diventare positivi al Covid è superiore del 46% rispetto ai normopeso;

il rischio di ricovero in terapia intensiva è superiore del 74% rispetto ai normopeso;

il rischio di dover incorrere alla ventilazione meccanica invasiva è superiore del 66% rispetto ai normopeso;

il rischio di mortalità in caso di positività al Covid è maggiore del 48% rispetto ai normopeso.

Anche il grado di obesità – ha spiegato sempre Gnessi – è influente. Rispetto al rischio di ospedalizzazione, per esempio, si parla di 12-13 pazienti normopeso su 10.000; 19  se sovrappeso; 42-43 se obesi gravi.

Gnessi ha illustrato uno studio che sottolinea come l’incidenza del grasso si faccia sentire anche in caso di vaccino. La percentuale di sopravvivenza di topi di laboratorio esposti ad infezione di virus mortale dopo la somministrazione del vaccino per tale virus cambia a seconda del loro stato di grasso: si riscontra una sopravvivenza del 100% tra i topi magri, del 75% tra i topi obesi (c’è dunque una possibilità di morte del 25% tra i topi obesi nonostante il vaccino). “Anche nelle influenze normali – ha sottolineato Gnessi – è noto che i pazienti obesi abbiano un rischio maggiore di contrarre l’influenza, anche se vaccinati”.

Tra le altre evidenze emerse dalla tavola rotonda, c’è un dato relativo alla vitamina D, illustrato da Eleonora Poggiogalle, Specialista in Scienza dell’Alimentazione, Dottore di Ricerca in Scienze Endocrinologiche dell’Unità di Ricerca in Scienza dell’Alimentazione e Nutrizione Umana Università Sapienza di Roma: in caso di carenza di questo nutriente, il rischio di risultare positivi al Covid è maggiore del 77%, è dunque raccomandata una supplementazione di vitamina D di 20 mg per i maggiori di 70 anni e di 15 per gli altri.

“Dagli studi effettuati su alimentazione e Covid negli ultimi tempi emerge con ancora più evidenza – ha chiosato Giovanni Spera, coordinatore della tavola rotonda – quanto un corretto stato nutrizionale sia fondamentale non solo per la prevenzione, dunque per mantenere un buono stato di salute, ma anche nel corso della malattia, come concreto supporto ai trattamenti di cura. Questo vale anche nel caso di pazienti ricoverati per Covid in terapia intensiva”.